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ADESSO IN TIBET

La natura intatta, il medioevo dei monasteri e la modernità imposta dai cinesi, che dopo quasi mezzo secolo tenta di convivere con la cultura himalayana.

Khoreeee!!! L’urlo alle mie spalle mi raggiunge mentre sto salendo sul barcone per Samye. Mi giro. Tenzin, il mio amico khampa, un’etnia nomade a est di Lhasa, è fermo a pochi metri da me, con il suo viso bruciato dal sole e segnato dal vento, il suo vestito tradizionale e i capelli raccolti sulla nuca. Ci imbarchiamo assieme ad altri venti o trenta tibetani che, come noi, vanno in pellegrinaggio al monastero. Con altri cinque suoi amici ci sediamo in cerchio sulla piattaforma di legno a prua riparandoci dal sole con degli ombrelli. Tenzin mi presenta raccontando che sono un praticante che ha fatto ritiri nei monasteri e parla la loro lingua correntemente. I ragazzi rimangono perplessi, mi guardano e accennano a qualche parola in tibetano. Rispondo e loro ridono. Intanto tirano fuori alcune bottiglie di chang, una specie di birra di orzo, che ci terrà compagnia durante le due ore di traversata dello Tsangpo. Rompo l’imbarazzo. Metto a disposizione un pacchetto di sigarette e dico a Tenzin “Si beve?”. Risata degli amici, le bottiglie si aprono e dalle bottiglie si beve. Ennesima prova che i tibetani sono un popolo allegro; il loro anno è pieno di ricorrenze religiose e, in mancanza di queste, festeggiano un avvenimento nel villaggio o qualsiasi altra occasione li allontani dal lavoro o regali loro un pó di tempo per mangiare carne secca di yak, bere chang, ballare e cantare. Infatti, altri pellegrini, incuriositi, si avvicinano. Tra loro, un vecchio signore, di età indefinibile, mi guarda incuriosito, un po’ dubbioso, come tutti i montanari del mondo, poi chiede a Tenzin: “Su re?, chi è?”. Rispondo io, in tibetano, e lui rimane sconvolto: “Chi è questo demone bianco sconosciuto tra le nostre centinaia di demoni e dèi che parla la mia lingua? Ma parla la mia lingua o ho capito male?”, continua a chiedere al mio amico. Tra risate e birra arriviamo all’altra sponda del fiume e ci prepariamo a salire sul cassone del camion che fa servizio “shuttle” fra il ferry e il monastero. La pista attraversa un paesaggio irreale: dune di finissima sabbia bianca sulla destra verso il fiume, pareti di roccia a sinistra. In lontananza, attraverso gli alberi che lo circondano, si intravede il tetto dorato del tempio principale del monastero, l’Utse lha khang che rappresenta il monte Meru, il centro dell’universo secondo la tradizione tibetana:

SAMYE

 Samye è, infatti, concepito come un mandala architettonico. Questo centro religioso è un pó un emblema della storia recente del paese. Il tempio maggiore, infatti, fu ridotto a due piani nel periodo della rivoluzione culturale, perché secondo una “logica” delle guardie rosse ogni edificio che superasse i due piani doveva essere abbassato. Una “logica” che applicarono in tutto il Tibet. Il monastero fu trasformato in comune agricola e parte dei suoi templi venne distrutta. Ripresasi dalla sbronza violenta delle guardie rosse, la Cina recentemente ha aiutato nella ricostruzione di molti monasteri compreso questo.  Qualche anno fa, ho assistito a una cerimonia di funzionari cinesi che, simbolicamente, restituivano ai Lama testi e denaro: tutto si svolse in un’atmosfera serena e i cinesi furono molto gentili, mi lasciarono persino fotografare.

La mattina dopo, ripresa la navigazione verso Dorje Drak su una gowa, la piccola barca tipica tibetana di pelle di yak che sembra un guscio di noce, 

Sullo Tsangpo in gowa

non ho potuto non soffermarmi a pensare come questo enorme fiume placido dividesse quassù, sul tetto del mondo, due modi di vivere completamente differenti. Infatti alla mia sinistra vi era la superstrada che collega Lhasa con Tsedang ben asfaltata e percorsa da veloci Toyota; a destra, dune, sentieri che s’inoltravano in valli profonde dove ancora qualche yogin mantiene la condotta degli antichi eremiti, villaggi di pescatori con le barche che asciugano al sole e dove i mezzi di trasporto sono rimasti i cavalli e gli yak.

All’ora di pranzo ci fermiamo nel villaggio del barcaiolo, un piccolo borgo di pescatori, povero ma decoroso. Nessuna traccia di presenza cinese, neanche una bandiera come si vedono spesso nei villaggi sulla strada che scende verso il Nepal. Mentre si mangia, pesce naturalmente, chiedo a Tenzin cosa pensa, questa gente, dei cinesi. “Loro vogliono avere da mangiare e un lavoro, chiunque ci sia al governo ha poca importanza, sono molto lontani dalla vita della città”, risponde. “Ma cosa pensano del Dalai Lama?”. “Ognuno di loro spera di poterlo incontrare, almeno una volta nella vita, per avere la

 sua benedizione”.

Nel pomeriggio sbarchiamo a Dorje Drak. È un monastero differente dagli altri perché si trova sulla sponda del fiume, contrariamente all’uso locale di costruirli in fondo alle vallate o abbarbicati alle montagne. Qui vive un vecchio yogin. Entro nella sua camera: un altare e la cassa di meditazione in cui siede è tutto quello che c’è. M’invita a sedere vicino a lui, mi offre del pöcha, il tè tibetano con il burro, e io gli chiedo un mo. I mo sono divinazioni che vengono eseguite con il rosario, i dadi o le ossa di pecora. Lui sceglie i dadi e li getta sulla sua veste dopo avere recitato alcune preghiere. Poi mi guarda dritto negli occhi e mi dà il responso con gentilezza e un sorriso.

La barchetta del mattino precedente mi riporta dalla sponda medievale a  quella moderna: è ora di affrontare Lhasa. Tutte le volte che arrivo nei pressi dell’antica “città proibita” del Paese delle Nevi mi fermo un po’ prima per osservarla. Tra il cemento delle nuove costruzioni cinesi emerge, sul fianco della collina Marpo-ri, il leggendario palazzo del Potala,  residenza dei Dalai Lama che, sicuramente, fu una sorpresa anche per i carovanieri, per gli indiani, nepalesi e per la molta gente che tempo fa si avvicinava a Lhasa e, come faccio io, si fermava sulla sponda del fiume Kyiciu ad ammirare i tetti dorati che si possono vedere a chilometri di distanza. Il Potala, con i suoi 13 piani, 400 m da est a ovest e 350 da nord a sud, è misterioso da lontano, possente visto dalla piazza sottostante e un museo freddo e buio all’interno. Acquistato il biglietto d’ingresso mi immergo nella folla di pellegrini. Nelle mani stringono una chöme, una lampada a burro, e si prosternano davanti a ogni singola immagine o altare incontrato negli stretti corridoi e nelle ampie stanze. Una grande fede quella dei tibetani! Molti, arrivati da luoghi lontani, non si fermano, come faccio io, davanti ai troni o alle lampade d’oro, ma avanzano curvi, in segno di devozione, davanti a tutto.

Esco sotto il sole abbagliante del Tibet e vado in quella che considero ancora la vera Lhasa, il quartiere del Barkhor.

Barkhor In Lasha

 I cinesi hanno pensato bene di rimodernare la stupenda piazza davanti al tempio più sacro di Lhasa, se non del Tibet: il Jokhang. Mi ritrovo non più in una piazza lastricata da pietre antiche, come qualche anno fa, ma  in uno spazio pavimentato di freddo cemento, anche se i tibetani che inseguono gli occidentali per vendere i souvenir sono rimasti gli stessi. Una sorpresa simile mi aspetta al lago Namtso, detto il lago del Cielo  perché si trova a 4700 m. Lo ricordavo come una gemma turchese immersa nel silenzio assoluto, rotto solo dal suono cupo del vento che muoveva le tende nere dei drokpa, i nomadi, che impassibili accudivano ai loro yak. Lo trovo, invece, invaso dal rumore delle ruspe cinesi che scavano e dagli accampamenti degli operai del cantiere: i cinesi hanno avuto la sbalorditiva idea di costruire una strada in uno dei luoghi più belli e più selvaggi del Tibet.

Ripresa la strada verso il Nepal, attraverso ancora alti passi e deserti costellati da vecchie fortificazioni fino a Nyalam. Questo luogo è famoso per la grotta in cui il santo Milarepa meditò per molti anni e per la vista sull’Himalaya. All’alba, su un pianoro deserto e immenso, spazzato dal vento freddo dei 4300 m, guardo quelle cime lontane colorarsi di rosa, l’Everest spicca fra le altre e velocemente inizia a coprirsi di nuvolette tornando invisibile e misterioso, come una divinità che si è mostrata solo per un istante per ricordarci la sua bellezza e la sua potenza. Nyalam vuol dire “la strada dell’inferno”

Nyalam-mu, la strada dell'inferno

, che infatti scende a precipizio incassata fra gole abissali. In alcuni tratti è strettissima con precipizi altissimi. A 1400 m il paesaggio cambia, si fa più tropicale e caldo. All’orizzonte si intravede Kathmandu: un altro mondo.

(A cura di Marilena Malinverni).

Libri e guide. Breve ed esauriente introduzione a cultura, religione, storia del Paese e interviste a profughi tibetani sulla situazione in India e in Patria, anche voci molto critiche, in “I Tibetani” di Franco Pizzi (Xenia).