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Monte Kailash

Il monte Kailash (Devanagari: कैलाश पर्वत) (Kailāśā Parvata) è una montagna appartenente alla catena dei monti Gangdisê che fanno parte dell’Himalaya nel Tibet. Da qui traggono fonte alcuni dei fiumi più lunghi dell’Asia: l’Indo, il Sutlej (un importante affluente del fiume Indo), il Brahmaputra, e il Karnali (un affluente del fiume Gange).

La montagna è considerata come un luogo sacro per quattro religioni: Induismo, Buddhismo, Giainismo e Bön. Nella religione indù, è considerata la residenza di Shiva. La montagna si trova nei pressi del lago Manasarovar e del lago Rakshastal sempre in Tibet.

Non sono stati registrati tentativi di scalare il Monte Kailash, poiché il luogo sacro non è considerato scalabile in ossequio alle credenze buddiste e indù. È il più significativo picco nel mondo che non ha avuto alcun tentativo di arrampicata noto (Wikipedia)  

  
In tutta l’Asia è diffuso il mito di una grande montagna, parte dell’Himalaya tibetano, “l’ombelico del mondo”, da cui nascono grandi fiumi che portano la vita nei territori che attraversano.

Il mito trae origine dall’epica hindu dove si parla del monte Meru, la dimora degli dei, come di un’immensa colonna alta 84.000 leghe; “la sua vetta bacia il cielo e le sue pareti sono d’oro, cristallo, rubino e lapislazzuli”.

Questi racconti hindu situano il monte Meru in un punto imprecisato dell’altissima catena dell’Himalaya, ma col tempo il Meru è stato identificato con il monte Kailash (6714 m).

Il collegamento della leggenda con la montagna non è casuale. Dal Kailash leggendario nasce un fiume che sfocia nel fiabesco lago Manasarovar, dal quale, a loro volta, scaturiscono quattro fiumi mitici che scorrono in direzione dei quattro punti cardinali.

In realtà, benché nessun fiume sgorghi proprio dal Manasarovar, esistono quattro fiumi che dal monte scorrono, più o meno, verso i punti cardinali ed il Kailash ha, in effetti, quattro distinti versanti rispettivamente formati, secondo la leggenda, da oro, cristallo, rubini e lapislazzuli.

Il Kailash sorge al centro di un’area che è la chiave del sistema idrografico dell’altopiano tibetano e dalla montagna scendono in direzioni diverse l’Indo (a nord), il Brahmaputra (Yarlung Tsangpo, a est), il Karnali (un affluente del Gange, a sud) ed il Suttej (a ovest).

Questi fiumi scorrono – secondo la leggenda – fino ai quattro angoli del mondo e lo dividono simmetricamente in quattro parti uguali. 

Nascosto dietro le montagne che si ergono a sud e ad est della Sichuan – Tibet Highway, il fiume Yarlung Tsangpo (Brahmaputra) compie alcune spettacolari inversioni a U e si getta con una serie di stupefacenti cascate in quella che molti sostengono essere la gola più profonda del mondo.

Delimitata ai due lati dalle moli imponenti del Namche Barwa (7756 m) e del Gyala Pelri (7151 m), la gola raggiunge una profondità record di 5382 m (quasi tre volte quella del Grand Canyon americano) ed ha una lunghezza di 496 km per una larghezza di appena 27 km.

In un punto il fiume si restringe a soli 20 m prima di sfociare nella pianura assamese con il nome di Brahmaputra.

La regione in cui scorre questo fiume è una delle zone meno esplorate del mondo; una terra popolata da cobra reali, leopardi, panda rossi, scimmie, tigri, e il cui paesaggio è caratterizzato da cascate e foreste vergini.

Attualmente è vietato l’accesso a questa zona strategica di confine, mentre i cinesi possono già attraversare la regione a piedi da Pe e da Gyatso.

Il monte Kailash, con i suoi 6714 m, non è la cima più alta della regione ma per il suo aspetto massiccio è diverso dalle altre montagne della regione.

Le sue quattro pareti a strapiombo sono rivolte verso i quattro punti cardinali e sul versante meridionale si apre un famoso lungo crepaccio verticale caratterizzato, nel punto mediano, da una linea orizzontale di strati rocciosi. Questa specie di cicatrice somiglia a una svastica, simbolo buddista di forza spirituale, ed è l’aspetto che ha contribuito non poco alla leggenda del Kailash.

Il nome Kailash significa “cristallo”, ma la Montagna ha anche molti altri soprannomi, come “gioiello delle nevi” e “protettrice delle buone azioni”.

In tibetano è chiamata Kang Rinpoche, cioè “prezioso gioiello di neve”.

Il Kailash è da tempo venerato da sei religioni: induismo, buddismo, giainismo, bon, zoroastrismo e paganesimo slavo.

Per gli hindu è il regno di Shiva, il Distruttore e il Trasformatore.

Per i buddisti è la dimora di Demchok, emanazione irata di Sakyamuni.

I giainisti indiani venerano la montagna come il sito in cui raggiunse la liberazione il primo dei loro santi.

Per l’antica religione bon del Tibet, il Kailash era il sacro Yungdrung Gutseg (montagna della svastica a nove piani), sul quale scese dal cielo Shenrab, il fondatore del bonpo.

Non è documentato alcun tentativo riuscito di scalare questa montagna nella storia contemporanea.

Attualmente salirvi è anche proibito dalla legge, perché molti credenti vi vedrebbero una profanazione.

Secondo le leggende, la cima di questo Monte è il Paradiso Terrestre, la suprema beatitudine, da cui provengono le anime degli uomini prima della loro nascita, e dove ritornano dopo la morte del corpo, nella loro liberazione finale.

La terra sulla cima della montagna è descritta come fragrante e multicolore.

Proprio sulla cima secondo la leggenda esisterebbe una fontana artificiale a forma di piramide, dai cui quattro angoli si dipartirebbero i quattro fiumi.

Da questo Monte secondo la leggenda si dipartono anche tutti i più diversi universi fisici e spirituali.

La porta d’accesso al monte Kailash è il paesino di Darchen 

DARCHEN

(alt. 4560 m), che è pure il punto di partenza del Kora: il circuito di 52 km attorno alla montagna.

I buddhisti e gli hindu camminano intorno al Kailash in senso orario, mentre gli adepti della religione di bon, l’antica religione pre-buddhista del Tibet tuttora diffusa nelle aree più remote del paese, fanno il percorso in senso antiorario.

Un tibetano buddista normalmente compie il percorso in un solo duro giorno di cammino. I pellegrini hindu, che in più devono compiere un’immersione rituale in un lago gelato lungo il cammino, in genere portano a termine il circuito in tre giorni, pernottando negli accampamenti allestiti per loro vicini ai monasteri di Dira-puk e Zutul-puk.

Alcuni tibetani rendono il kora molto più difficile continuando a prostrarsi per l’intero tragitto: un circuito di prostrazioni continue richiede circa tre settimane.

RIFERIMENTI: GUIDE LONELY PLANET